Il Mani: una Grecia diversa, selvaggia e terribile

 

+il libro*

 

Leggere è un po’ sempre viaggiare, per di più  colleziono libri che parlano  di “luoghi”  e di viaggi, così mi è capitato spesso di viaggiare, nella realtà, guidata o anche spinta dalle parole di un libro.

Patrick Leigh Fermor (figura straordinaria di cui dovrò per forza raccontare a parte) con il suo libro intitolato MANI edito da Adelphi  mi ha portato qui;  è Grecia anche questa, ma diversa e inaspettata

+sassi*

Sassi fra i sassi

Gli amanti delle spiagge assolate, dei villaggi immacolati con le loro  casette bianche bordate di blu, ignorano persino che esista eppure c’è,  è il “dito” centrale del Peloponneso, anzi di quel dito è la parte terminale il “finis terrae” dei Balcani +mappa Mani*Bisogna dimenticare i panorami pittoreschi  che abbiamo nella mente quando diciamo “Grecia”: qui il paesaggio è “terribile” arido, selvaggio, brullo, ripido, solitario e quasi deserto.  Qui la montagna è roccia bruna, scoscesa, che precipita nel mare, con pochissime insenature che ospitano minuscole spiagge che si raggiungono solo dal mare.+scogliera Mani*Non ci sono campi né prati, solo qualche cespuglio,  qualche albero di fico e di olivo. Guardandosi attorno ci si chiede come abbiano potuto vivere  e di che cosa quelli che con le pietre della montagna hanno costruito i piccoli paesini con le poche case cubiche sormontate da torri squadrate, rozze e con pochissime aperture.

+villaggio   +peloponneso-mani* Torri non solo per difendersi da nemici venuti dal mare, ma costruite anche contro i vicini, gli abitanti della casa accanto. I Manioti, gente organizzata in clan divisi fra loro da faide plurisecolari,  orgogliosamente dicono di sé di essere l’unica comunità greca che non è mai stata assoggettata da nessuno, gli unici a essere rimasti sempre liberi e indipendenti da quando fuggirono da Sparta e si rifugiarono qui. Un po’ è mito ma un po’ è anche vero… del resto chi mai vorrebbe combattere per possedere questo deserto impervio?

* paesaggio brullo Un cartello all’uscita dell’ultimo paese sulla costa avverte che quello che c’è lì è l’ultimo distributore per più di trenta chilometri. Niente traffico, niente segnali stradali, niente negozi, niente pubblicità, niente.

La strada si snoda tortuosa e stretta sui fianchi della montagna, ultima propaggine del terribile Monte Taigeto degli spartani; ad ogni curva una immagine nuova, un villaggio turrito in lontananza, un gruppetto di edifici, persino difficile da distinguere dall’intorno, sassi fra i sassi, pietre fra le pietre.

P5070116* Poi c’è Vathià, che è stato un borgo importante, che era semidiroccato, dove vediamo segni di qualche ristrutturazione e persino di qualche ambizione turistica e qualche abitante. E’ un luogo selvaggio e affascinante, immoto, davvero testimonianza vivente della vita come la si viveva centinaia, forse migliaia  di anni fa. Per un attimo piove! Qui pare non succeda praticamente mai. dentro * Ci aggiriamo fra le case dirute, fra le riserve di legna per il camino… gli alberi sono pochi, il legno prezioso. DSCN2367 copie

la finestra ad arco decorata e l'architrave con una croce scolpita: rarità

la finestra ad arco decorata e l’architrave con una croce scolpita: rarità

Ci si perde fra i vicoletti e i secoli passati… mura severe, murature primitive, qualche fiore e qualche albero dalle abitudini “spartane”  e, rarità, persino un architrave scolpito !!! e un arco, unica linea curva dei dintorni… Il cielo si apre, ma è ora di andare. A malincuore lasciamo Vathià, non c’è nessun posto dove dormire, c’è un negozietto sulla strada che sembra la botteghina dei nostri paesi di montagna di trenta anni fa. Vende soprattutto sigarette, qui fumano tutti sempre. mani brullo1 Continuando verso sud il paesaggio è sempre più vuoto, e nel vuoto emergono appena le torri, i gruppetti di case, rari anche loro. Manibrullo Il colore, uniforme, è quello della terra e della roccia, il verde è qualche raro tocco e dire che siamo ai primi di maggio. Poi la strada scende e dopo l’ennesima curva una baia rotonda con una piccola imboccatura, che sembra disegnata da un bambino.

+panorama_porto_kagio_small

E’ Porto Cagio, la Baia delle quaglie perché al momento della loro migrazione  da e per l’Africa questa era la prima e l’ultima terra che incontravano e vi si posavano stremate. I cacciatori di un tempo che tendevano loro un agguato avevano la giustificazione della sopravvivenza. Adesso l’acqua è calma, ci sono un ristoro e un affittacamere (chiusi) qualche casetta, un imbarcadero traballante, qualche barca a vela, in alto una chiesetta restaurata e… un silenzio, un silenzio infinito.

+il golfo di Cagio*

Porto Cagio

+passerella 2

* la passerella a porto Cagio

+la chiesina* copiaCopier

la chiesina che sovrasta Porto Cagio

+porto cagio1 Più giù c’è solo il faro di Capo Tenaro dove esistevano un tempio e un santuario dedicati a Poseidone e dove si credeva essere la porta degl’Inferi: il paesaggio che si attraversa per arrivarci giustifica l’idea di “ultimo approdo”.

* Capo Tenaro

* Faro di capo Tenaro

Qui è tale la desolazione che ci si può credere. E di qui si può solo tornare su, percorrere il lato orientale del Mani, verso il verde, i villaggi bianchi, la gente, il turismo, il rumore…. Mani, una solitudine di cui ho nostalgia.

Le foto indicate con * sono prese da questo sito dove se ne trovano di splendide oltre a molte informazioni per saperne di più qui.

Il Mani: una Grecia diversa, selvaggia e terribileultima modifica: 2018-03-22T07:40:37+01:00da scanfesca
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