dalla porpora alla polvere… e ritorno

La campagna della vallata del Chienti è ricca di tutto: di capannoni di fabbriche, di strade, di traffico ma basta girare una rotatoria e ci si trova in una specie di eden: praterie di ortaggi (in questo momento di cavoli) intervallati da boschi di palme, palme di tutti i generi e le dimensioni e poi arbusti di ogni tipo a centinaia perché qui la terra è fertilissima, l’acqua abbondante, il clima dolce e allora è il luogo adatto per i vivai e ce ne sono tanti le cui coltivazioni fiancheggiano la stradina che con frequenti svolte serpeggia fra i campi.

cavoli palme

E in mezzo a questa natura lussureggiante, in mezzo al silenzio su una collina appena accennata compare un casolare imponente: è lei, è  la Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti, la Basilica più che millenaria che da pochi anni è stata “ritrovata”, restaurata, restituita alla nostra contemplazione.

È bella anche da lontano,  nelle sue linee semplici e severe, nella sua nuova muratura di mattoni dorati nel sole che i vecchi cipressi scuri fanno risaltare.

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La storia dice che qui già nel V secolo c’era probabilmente un piccolo tempio paleocristiano, ma  il luogo dove sorgeva era così importante per i traffici che tre secoli dopo, il 14 settembre 887 alla presenza dell’Imperatore Carlo III il Grosso, nipote di Carlo Magno, del vescovo di Fermo e di una enorme quantità di chierici e tutti i potenti del territorio viene inaugurata una basilica di grande prestigio con un monastero annesso.

Successivamente gli imperatori Ottone I (968) e Ottone II (981) e lo stesso Federico II di Svevia (1219 e 1242) e i papi come Celestino III (1197) e Gregorio IX (1236), tanto per citarne alcuni tra i più importanti, misero sotto la loro protezione l’Abbazia confermando donazioni e protezioni ed elargendone altre.

L’abbazia era sempre dalla parte dell’imperatore nelle lotte con il papato e così si meritò il titolo di “imperiale” che ancora oggi porta.

Ma le fortune degli imperatori passano e così quelle dell’abbazia…. Nel 1291 l’ultimo abate, Filippo scomunicato per non essersi voluto piegare al potere dei cistercensi fu costretto a fuggire e abbandonare il monastero. Una lunga storia di decadenza fino al 1749 quando il vescovo Alessandro Borgia compie un rispettoso restauro ma solo pochi anni dopo, nel 1790 un altro vescovo ci metterà le mani per trasformare, ahimè, il complesso abbaziale in…casale agricolo, la chiesa in parte in stalla e in parte fienile e l’abside della chiesa in casa per il contadino….la struttura e gli ambienti comunitari intorno alla chiesa sono così andati irrimediabilmente perduti.

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E le cose non sono cambiate per un paio di secoli fino a che, pochi anni fa, gli attuali benemeriti proprietari e un gruppo altrettanto meritorio di appassionati hanno lavorato e si sono battuti per restituire alla basilica dignità e bellezza fino ad arrivare alla riapertura nel 2010.

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Naturalmente le vicende complesse e le numerose manomissioni hanno lasciato il segno, ma è davvero emozionante camminare dentro queste strutture che rivelano tutto quello che possono anche a inesperti come me.

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Il lavoro non è finito, sotto l’abside si continua a scavare in quella che qualcuno pensava fosse una cripta e invece è probabilmente il livello originario dell’abside che così rivela le proporzioni davvero “imperiali” di questa costruzione.

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Attorno è tutto silenzio, la signora che ci viene ad aprire si scusa del piccolo ritardo (stava facendo la nonna)  e si mostra come una gentilissima padrona di casa come è nella realtà: la basilica infatti è proprietà privata della sua famiglia, i sigg.Berdini;  il Ministero dei Beni culturali ha posto l’obbligo di apertura due volte al mese. C’è anche una associazione nata per occuparsi dell’abbazia, costruire eventi e iniziative per farla conoscere con un sito (link a fondo pagina).

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“Oggi dell’antico complesso abbaziale, molto articolato e completamente autosufficiente, praticamente una piccola città, non resta che la chiesa, a pianta basilicale, a tre navate. Il restauro le ha restituito quella stessa maestosità che la storia le ha conferito.

I resti del monastero sono immersi nella tranquillità e nella pace della campagna di Casette d’Ete dove la natura, giorno dopo giorno, regala colori e un paesaggio di straordinaria bellezza. Una terra generosa e molto interessante sotto il profilo naturalistico e per questo il recupero di Santa Croce, oltre che nella struttura del monumento va visto anche nel contesto naturale circostante.

Santa Croce luogo della storia, ma anche dello spirito, luogo dove lavoro e preghiera hanno segnato il tempo, luogo delle nostre radici: un monumento e un’oasi verde da tutelare, entrambi da godere. “

tratto dal magnifico sito http://www.iluoghidelsilenzio.it/abbazia-di-santa-croce-casette-dete-fm/  a cui devo anche le foto migliori e quelle di prima del restauro

Altri link interessanti: www.associazionesantacroce.it

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dalla porpora alla polvere… e ritornoultima modifica: 2018-02-17T11:28:07+01:00da scanfesca
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