Castelletta: costruita “in dialetto”

01_castelletta_02Castelletta c’è, è lì, ma difficilmente si vede finché non si è vicinissimi, abbarbicato come è su un cucuzzoletto circondato da monti più alti… Ci si arriva, qualunque delle tre strade si scelga, dopo aver girato una quantità di curve e salito un bel po’ di salite. Compare in modo  improvviso nella sua forma classica di paese medievale delle Marche interne: un campanile che svetta e attorno, a gradoni, case strette le une alle altre e anche una torre e delle mura. Il tutto del colore delle pietre locali.

C’’è una piccola piazza che è anche il sagrato della chiesa e che è anche il luogo di ritrovo dei castellucciani, ma d’estate, quando questo è l’unico posto ombroso e fresco con tante panchine… D’inverno non c’è praticamente nessuno che il fresco è troppo!

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Una passeggiata nei vicoli che si avvolgono attorno alla chiesa e alla torre del “castelletto” che dà il nome al paese è piacevole e fa scoprire delle testimonianze della storia di questo paese: Ci sono architetture di pregio, senza pretese di eleganza o decorazioni, ma murature fatte da mani esperte, archi costruiti con abilità, pietre ben tagliate: tutti elementi che parlano di un passato nobile e ricco.

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Sono quelle di quando, nel XII secolo, il paese venne fondato dai feudatari di Rovellone e dotato di un piccolo castello (castelletto, appunto) a difesa dei propri confini.

E poi ci sono tutte le altre, le case modestissime che fiancheggiano i vicoli stretti . Non ci sono case in macerie, quasi tutto è stato ristrutturato, ma la maggior parte  delle costruzioni mostrano una grande abilità nell’arte di… arrangiarsi.

Gli urbanisti la chiamano “architettura vernacolare” insomma “architettura dialettale”

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E sono le case che ci parlano del 1800, quando  poveri ed arretrati al massimo grado furono soprattutto  i paesi dell’alta montagna, dove la capacità produttiva era insufficiente a soddisfare le esigenze di vita della gente, che, per troppo tempo isolata da altre realtà sociali, causa la scarsità delle vie e dei mezzi di comunicazione, conduceva la grama esistenza al limite della sopravvivenza…  Fino a pochi decenni fa, questa era la situazione degli abitanti di Castelletta, zona estremamente depressa, le cui famiglie, spesso formate da nuclei numerosi, vivevano in maniera quasi primitiva in abitazioni o meglio in tuguri tetri, senz’acqua, poco aerati, malsani, comunicanti per lo più con ambienti adibiti a ricovero di animali (asini, pecore) e si nutrivano di scarso cibo (patate, polenta, cereali e verdure in genere).”

Un paese destinato all’abbandono e infatti:

“… Si pensi che agli 824 abitanti (secondo il censimento del 1951) corrisposero appena 155 abitanti nel censimento del 1981, con una diminuzione di addirittura l’81%.  In paese rimasero, allora, vecchi, inabili, fanciulli e donne, sulle quali ultime gravò la responsabilità della conduzione della famiglia”

Case con volte di archi fatte con lastre un po’ rozze, architravi di legno fatti con tronchi appena sbozzati, lastre di pietra che fungono da pensilina, scalettine strettissime e ripidissime, con gradini sui quali si può a malapena posare un piede, porte riciclate e riadattate mille  volte… ma queste testimonianze di povertà, spesso anche di miseria, parlano anche e soprattutto di sapienza delle mani, amore e rispetto per la propria casa, di capacità di adattamento, di abilità e di inventiva: per l’appunto dell’architettura vernacolare, in dialetto, nata dalla cultura del popolino.

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Ma da un po’ di anni a Castelletta tornano e restaurano le case, una volta abbandonate dai nonni e le rendono di nuovo abitabili e piacevoli così  per esempio la parte più antica si riempie di fiori, la scaletta minuscola viene nobilitata da una bella balaustra di ferro battuto e spunta l’epigrafe  racconta tutto l’orgoglio di chi, alla soglia degli ottanta anni, ha restaurato la casa antica come il paese e possiamo essere certi che lo ha fatto nello stile locale.

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Comunque il paese di Castelletta è amato e rispettato dai suoi  abitanti, che siano stanziali o emigrati che però tornano a popolarlo per le feste e d’estate, riempiendolo di fiori, di movimento e soprattutto di chiacchiere al fresco: chissà che nostalgie di quelle sere d’estate…

il gradino

Castelletta: costruita “in dialetto”ultima modifica: 2018-01-24T12:34:53+01:00da scanfesca
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2 pensieri su “Castelletta: costruita “in dialetto”

  1. Anni fa mi chiedevo come fosse stato possibile conservare perfettamente la struttura secolare di un villaggio non molto distante dal centro turistico di Malles in Val Venosta. La farmacista del paese mi disse che, fortunatamente, gli abitanti erano sempre stati poverissimi e perciò non in grado di possedere le risorse necessarie per trasformare, ammodernare e rovinare per sempre quello che oggi è un piccolo paradiso. Ecco, il tuo post mi ha ricordato questa teoria che, credo, sia valida anche per la Castelletta.

    • insomma “che bellezza la miseria”… È vero che è per la povertà che non si sono trasformati questi posti, ma è per lo stesso motivo che si sono spopolati…

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